L’obiezione mossa fin dall’inizio dalla sinistra, al lodo Alfano è che: “la legge deve essere uguale per tutti” .
Ciò può andar bene per certe piazze politicizzate, ma si scontra contro due evidenze incontrovertibili.
il blog di Alessandro Polcri
L’obiezione mossa fin dall’inizio dalla sinistra, al lodo Alfano è che: “la legge deve essere uguale per tutti” .
Ciò può andar bene per certe piazze politicizzate, ma si scontra contro due evidenze incontrovertibili.
Il taglio dei consiglieri regionali, è¨ legge:
scenderanno da 65 a 55 e gli assessori da 14 a 10
Cambia anche la legge per il riparto dei seggi del Parlamento toscano:
prevede una soglia di sbarramento del 4%,
un listino regionale che permette di presentare fino a 5 candidati fissi in ogni circoscrizione.
Ecco, cosa ne pensa Bendetti ( AN-PDL):
«Noi siamo convinti di aver dato vita a un accordo istituzionale di alto livello che ha ottenuto risultati»
E, ancora in merito ad un probabile referendum per le preferenze, promosso dall’UDC:
per problemi di natura tecnica da oggi il blog si sposta su alessandropolcri.net
Da Economy, a firma Gianpiero Cantoni
Titolo: “Servizi liberi e «buoni»”
La crisi economica ci mette spalle al muro, ci costringe a ripensare alle nostre debolezze: proprio per questo non deve essere un’opportunità sprecata. Be’, diamoci da fare. Il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto legge per la liberalizzazione dei servizi pubblici locali. Non perché si deve in qualche modo anche a me, ma credo sia cruciale costruire un consenso bipartisan sul tema. Ci abbiamo provato tante volte. Magari questa è la volta buona.
Qualcuno potrà considerare frivolo o bizzarro dedicarsi ai servizi locali, mentre infuria la tempesta della crisi globale. È falso e sbagliato. Proprio in un momento come questo, il Paese deve cercare in sé tutte le forze per riprendere a creare ricchezza.
In c’è un settore potenzialmente davvero profittevole per il settore privato, che dà cattivi risultati e pessimi servizi agendo in regime di monopolio pubblico, e che potrebbe essere al contrario liberalizzato pigliando due piccioni con una fava. I due piccioni sono servizi migliori per gli utenti e un’intera nuova area di attività per le imprese private. La fava è la ritirata dello Stato. L’ambito è quello dei servizi pubblici locali. Che sono tanti, tantissimi, dal trasporto pubblico locale all’acqua. Ma tutti accomunati da un dato comune: la grande inefficienza.
Si è molto discusso nei mesi scorsi se debba arrivare prima l’uovo (la privatizzazione) o la gallina (la liberalizzazione). Credo debbano andare assieme. È vero che alcune privatizzazioni senza liberalizzazioni sono state disastrose, hanno «passato» il potere di monopolio ai privati. Ma è altrettanto vero che liberalizzare mantenendo il controllo pubblico è nella migliore delle ipotesi una finzione. Perché è il controllo pubblico, è il grip della politica, il vero disastro delle imprese di Stato. Nel governo locale, come sempre in politica, conta la capacità di costruirsi un seguito. Siccome la società è vasta e plurale, un rappresentante che voglia presidiarla deve trovarsi dei «terminali» nervosi, persone che gli portano voti e consenso in diversi ambiti. Queste persone non lavorano gratis. Debbono essere gratificate. Come? Con posizioni di potere e guadagno, all’ombra dello Stato. Nella politica locale, questo significa: con posti nei consigli di amministrazione delle imprese municipalizzate. Posti che sono assieme politicamente salienti (si va a determinare l’offerta di servizi resa alla popolazione) e ben remunerati. Due piccioni con una fava anche qui.
L’effetto però del presidio politico è un mare di disfunzioni. Chi sta in un cda marcando un’appartenenza è probabile sia meno attento alla governance dell’azienda. Analogamente, chi ha un mandato politico è difficile che pensi all’azienda come a una realtà che deve soddisfare dei consumatori per stare sul mercato. Le imprese pubbliche allora finiscono per essere inefficienti, e per evitare che facciano perdere le si instaura in regime di monopolio. È un circolo perverso, e l’Italia ha ampi margini per migliorare, come dimostra l’Indice delle liberalizzazioni dell’Istituto Bruno Leoni che mappa anno per anno le sacche di monopolio che sopravvivono nel nostro Paese.
Le municipalizzate sono state fondate con fini nobili ma con una vocazione corporativa. Il loro monopolio si giustificava solo perché, a quei tempi, i privati non erano in grado di mettere in piedi un’alternativa concorrenziale. Ora lo sono, ed è il caso di lasciargli spazio. Perché la concorrenza possa fare quello che fa sempre. Migliorare l’offerta.
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Nella mattinata di ieri, davanti al piazzale adiacente la scuola elementare del Capoluogo, si è verificato un piccolo ( ma, spiacevole ) fatto.
Il quale: per le modalità ( la rottura della ruota anteriore dello scuolabus), e per le circostanze del luogo ( dove il fatto si è verificato) il caso ha voluto che rimanesse un episodio del tutto marginale; ma ripetiamo solo ed esclusivamente, perché il fatto è successo nell’imminenza del piazzale, altrimenti, in un diverso contesto, le cose potevano andare anche diversamente.
A fronte di ciò, come rappresentanti del maggiore partito di minoranza, chiediamo:
- all’Assise Consiliare, di aprire un dibattito sulla questione della sicurezza del servizio scuolabus.
- ai consiglieri di minoranza di riferire sugli sviluppi della vicenda.
Michele Santoro ha dato del “vigliacco” al Presidente del Consiglio. Lo ha fatto in pubblico, intervistato da Repubblica tv, dove ha detto chiaro e tondo che se il suo sodale Marco Travaglio non ha ancora il contratto con Annozero, la colpa è di Berlusconi, che “continua vigliaccamente ad agire nell’ombra”. Un insulto pesante e gratuito, senza uno straccio di prova, un’offesa intollerabile anche se fosse stata lanciata contro un esponente politico di sinistra.
Ma non è successo nulla. Tutti zitti. L’ennesima dimostrazione che in Italia, se c’è di mezzo Berlusconi, la libertà d’insulto è totale e tollerata. Di più, garantita e tutelata soprattutto da quel mondo ipocrita di giornalisti, politici e intellettuali che firmano appelli “per la libertà d’informazione in pericolo” e si preparano a scendere in piazza il 19 settembre per l’ennesima dimostrazione di faziosità e di totale disprezzo del senso del ridicolo.
In qualunque azienda seria di comunicazione, con dirigenti rispettosi delle leggi e delle regole più elementari dell’etica professionale, un richiamo sarebbe stato il provvedimento minimo per un collaboratore che si fosse permesso di insultare un uomo politico qualsiasi, di destra o di sinistra. A maggior ragione se questo uomo politico fosse il premier, quale è, votato dalla maggioranza degli italiani e dunque rappresentante del maggior numero degli utenti dei servizi diffusi dalla stessa azienda.In Rai, invece, non è successo nulla di nulla. Che dite, è normale tutto questo? È normale che il vertice Rai, il Cda, la Commissione di vigilanza Rai a cominciare dal suo presidente non abbia sentito il dovere di un “distinguo”?
È normale che Zavoli consideri un fatto grave il rinvio di 48 ore di Ballarò e non spenda neppure una parola sull’insulto di Santoro al premier?
E’ normale che l’ordine dei giornalisti, la Federazione della stampa e gli intellos dalla firma facile, sempre così pronti a pesare col bilancino del farmacista le parole di Berlusconi, non trovino nulla di riprovevole in un giornalista che invece di informare, dà di “vigliacco” al capo del governo?
Evidentemente ha ragione chi sostiene che l’antiberlusconismo è ormai una delle professioni meglio retribuite in Italia, un carro di Tespi sul quale tutti i furbi fanno a gara per salire. Ma proprio l’amore per i soldi sembra avere giocato un brutto scherzo alla coppia Santoro&Travaglio. Soprattutto a Travaglio, se è vero che il suo contratto non può essere firmato dalla Rai per conflitto d’interesse: il “poverino”, infatti, è azionista della Editoriale Il Fatto spa, che pubblicherà il nuovo quotidiano dipietrista. Dunque, azionista di un piccolo concorrente Rai, ma azionista privilegiato, perché le sue azioni avranno diritto a un dividendo maggiorato del 15 per cento, privilegio che Travaglio dividerà con un altro azionista, il magistrato Bruno Tinti, suo amico da sempre.
Normale anche questo? Il Csm non ha nulla da dire in proposito? Finanziare un quotidiano dichiaratamente politico e di parte è davvero compatibile con la pretesa indipendenza di giudizio dei magistrati? E da quando?
Onna e il risveglio. E’ un buon giorno per il Paese. A soli cinque mesi dalla devastazione portata dal terremoto, gli abitanti di Onna sono nelle condizioni di ricominciare a vivere in una abitazione confortevole, sicura, perfettamente rifinita e arredata. Nancy Pelosi, la speaker della Camera americana accompagnata in visita da Fini, ha commentato con ammirazione: negli Stati Uniti non si sarebbe riusciti a fare così presto e bene. Il Cardinale Bagnasco ha portato alla nuova Onna, che riempie di vita il tempo della ricostruzione dell’antico centro, espressioni di lieta sorpresa per questa autentica testimonianza della capacità realizzatrice degli italiani, quando messi nelle condizioni di unire gli sforzi in un’impresa comune.
25.000 case previste. La nascita a nuova vita del borgo raso al suolo dal terremoto dell’Aquila reca l’annuncio che la promessa del governo sarà mantenuta puntualmente: da qui alla fine dell’anno venticinquemila persone avranno di nuovo una casa. E’ uno di quei casi in cui gli italiani possono specchiarsi, al di sopra delle divisioni politiche, per riconoscersi migliori della loro reputazione. Un fatto che giova allo spirito pubblico, che merita di essere fatto conoscere. Difficile negare al governo il diritto, e magari anche il dovere, di rivolgersi all’opinione pubblica per informarla che la sua missione è compiuta, o in via di completamento.
Il buon governo. Queste cose la gente le capisce e le apprezza. Non così lo spirito di fazione, che aleggia in un proprio spazio di incomunicabilità col senso comune. L’annuncio del miracolo di questa rinascita viene assurdamente oscurato da demenziali polemiche sulla sua incidenza nei palinsesti televisivi. Invece di riconoscere al governo il merito di aver saputo mantenere l’impegno preso con il Paese nei giorni delle rovine e della disperazione, si pretende di crocifiggerlo a un palinsesto.Sarà sempre troppo tardi, quando l’opposizione si deciderà a capire che fa male a se stessa, oltre che al Paese, con il suo incessante e smisurato sfoggio di faziosità. E sì che capirlo non è difficile: basta tener conto dello strano caso per cui il consenso al governo attraversa senza perdere colpi, le ripercussioni della crisi economica globale, la tempesta delle aggressioni personali e gli annunci urlati di cose inesistenti tipo “grandi centri”, spaccature della maggioranza e via fantasticando. Resta la speranza che dopo la celebrazione del congresso del Pd, ritrovata una guida e una politica, l’opposizione possa finalmente essere l’antagonista ragionevole che serve al Paese.
La crisi.“Nell’autunno scorso abbiamo corso il rischio di una crisi con gli effetti disastrosi di una guerra senza aver combattuto una guerra”. Lo afferma il ministro dell’Economia Giulio Tremonti che spiega: “dalla crisi siamo usciti con i principi di un nuovo ordine mondiale, è iniziato il disegno di una nuova tabula mundi”. Dunque “siamo andati vicini alla rottura del sistema. Abbiamo rischiato un’interruzione radicale dei meccanismi finanziari, con effetti sul tessuto sociale”.
Il cambiamento è stato repentino.Il ministro fa notare che “mai nella storia dell’umanità si è verificato un cambiamento così intenso in un tempo così stretto. Dalla caduta del muro di Berlino a oggi in 20 anni è cambiata la struttura e la velocità del mondo. Mai – prosegue – la storia ha visto un cambiamento così intenso avvenuto con accelerazione crescente, come in questi anni. Tutto si è concentrato, esploso in un arco di tempo molto corto”.
La partecipazione agli utili aziendali.Tremonti commenta anche il dibattito sulla possibile introduzione, anche nel nostro Paese, della partecipazione dei lavoratori agli utili delle aziende. Secondo il ministro si tratta di una proposta che “dà l’idea di uno sforzo comune di un cammino che abbiamo già percorso” ed è ben diversa dalla cogestione che, invece, “non ci piace”. Inoltre, “abbiamo detassato gli straordinari, i bonus”. Quanto alle regole “servono anche in economia. Non esiste un mercato che non abbia regole, non esiste un’economia senza regole. La nostra ideologia è non avere ideologie, certamente non quelle che hanno insanguinato e fallito nell’altro secolo”. Con l’emergere della crisi “non è un caso se in Italia il grado di coesione sociale è cresciuto, se il numero degli scioperi, conflitti e contrasti è radicalmente caduto”.
Conflitti sociali. E ancora: “La crisi ha bruciato il falò delle stupidità, ci sta dando un dividendo positivo: è finito il conflitto sociale”. “O perlomeno – conclude – ha subito un’intensità molto minore di quella che ideologicamente, o per meccanica o per opposizione di interessi, è stata per molto tempo”.
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